venerdì, ottobre 13, 2006

III giorno: dal Rifugio F.lli Calvi al Rifugio Baroni al Brunone


Il terzo giorno è il più atteso e temuto, quello in cui raggiungeremo il punto più alto del nostro sentiero delle Orobie: il Passo di Valsecca (2496 mt slm).

Per evitare perdite di tempo inutili Paolo si mette ultimo e Sommo in testa al gruppo ha l’ordine esplicito di uccidere ogni animale sul sentiero (quasi ci riuscirà) e di bruciare tutte le possibili attrattive aventi forma di arbusto. In tal modo riusciamo ad attaccare il durissimo Passo di Valsecca per un’ora cristiana e ad essere in vetta (passo..) prima di mezzogiorno. La salita al passo di Valsecca vede futuri ingegneri che promettono offerte a divinità sconosciute purchè la fatica finisca rapidamente. Il consumo di acqua di montagna allungata con Polase diventa lo standard. Si hanno ricordi di stupendi libri su esplorazioni di montagna che parlano della gioia di raggiungere una vetta mentre l’unica cosa che riusciamo a provare è il sudore ovunque, lo zaino che tira verso terra ed un sentiero scavato in un ghiaione dove per ogni passo in avanti se ne fanno due indietro.


L’arrivo al passo ricorda vagamente l’arrivo della cordata italiana in vetta al K2, grida di giubilo e pianti ai piedi del Pizzo Poris si sprecano. Contenti e tutti giubilanti i nostri prodi non sanno ciò che li attende. Dapprima la discesa al Bivacco Frattini, una struttura in lamiera sulla cresta della montagna alle dirette pendici del Pizzo del Diavolo di Tenda. La discesa è completamente in cresta e per quanto stupendamente panoramica è anche incredibilmente esposta. Le gambe tremano un po’ e l’arrivo al bivacco è rallegrato dalla vista, a poca distanza da noi, di un gruppo di stambecchi.


In teoria il bivacco serve come riparo temporaneo in caso di maltempo, in realtà viene utilizzato impropriamente da due pastori che, scopriremo al rifugio, si stanno sbaffando tutte le provviste che ivi devono rimanere.

La ripartenza dopo il pranzo è tragica dato che al Bivacco si stava parecchio bene, comincia una discesa a capicollo che ci porta nella Valle di Salto, bellissima costa che ci condurrà al rifugio Baroni al Brunone sempre in esposizione sulla valle sottostante. Giunti al primo attraversamento di un torrente ci si gode il posto dato che è veramente particolare ed il capogita comincia a dichiarare: “Dopo quel colletto siamo arrivati….se non ricordo male”. Saranno almeno 15 i “colletti” da superare prima di giungere al rifugio dove incontreremo ancora stambecchi. Verso la fine il
sentiero è diventato una sfida contro la propria volontà e le gambe ormai da tempo urlano di dolore.

Dal rifugio F.lli Calvi al Rifugio Baroni al Brunone: tempo CAI: 5,5 ore, tempo nostro: 10 ore (comprensivo di pausa pranzo).


Il rifugio è intitolato ad una delle più grandi guide alpine della storia del CAI di Bergamo e ne rispecchia a fondo le caratteristiche: solitario, impervio ed estremamente spartano. Il Brunone è posto appena sotto l’omonimo pizzo in un ambiente quasi lunare. Niente prati per piantare la tenda quindi e stanotte si dorme in rifugio dopo a lungo desiderata doccia.



La sera la passiamo con la piccola Elena che ormai ci attende ad ogni rifugio e ci rimbrotta dato che lei ci ha messo nettamente meno di noi a percorrere il sentiero. La Elena entra tranquillamente nel locale dei bagni mentre stiamo facendo la doccia, ci ammonisce di starci mettendo troppo ed impara a fare fotografie sotto l’attenta supervisione della mamma Giudi che se la dovrà pippare fino alla fine del nostro vagabondare.

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